“Per assassinarvi – Piacere siamo spettri” di Savina Dolores Massa

Fuggendo dalle rose
caddi sulla malinconia delle spine
così diprezzate
nello scurire degli amori
quando tutto potrebbe essere perfetto
se la bellezza la si lasciasse al graffio.

(S.D. Massa, Cadute, in Per assassinarvi – Piacere siamo spettri. Pag. 65, Edizioni il Maestrale 2017, Nuoro)


Ne
La Scienza Nuova, opera del filosofo e giurista Gianbattista Vico (1668-1774), Omero rappresenta, in quanto figura archetipica, colui il quale sviluppa la prima produzione colta. Secondo la visione vichiana, Omero è il primo la cui opera ci sia pervenuta, a esprimere e rappresentare culturalmente la civiltà, attraverso la poesia. La poesia dunque si pone come la prima sapienza degli uomini.
Nella visione illuminista, la quale rifiutava materie di fatto come la storia, nonché facoltà considerate labili e poco affidabili come la memoria e l’immaginazione, Vico si contrapponev
a coraggiosamente, ma senza peccare di misoneismo. Egli non accettava il fatto che, secondo gli illuministi, la storia potesse essere già stata scritta. Che, in altre parole, l’uomo fosse solo un burattino di un destino già segnato. Per Vico, invece, nella confusione e nell’oscurità che vede l’uomo, un raggio illumina sull’essere scorgendo una qualche direzione. L’uomo si scopre facendo, e fare la storia significa scoprire un ordine interno non umano ma, addirittura, divino. Ma il farsi dell’uomo non avviene attraverso un meccanismo che, erroneamente, si considera razionale da sempre: il suo agire è, inizialmente, un agire dettato dagli istinti, dalle pulsioni del corpo. E proprio il corpo è ciò che trova spazio in questa opera di Savina Dolores Massa, che consta di due sillogi: Per assassinarvi e Piacere, siamo spettri.

Nella prima parte dell’opera, l’autrice utilizza la propria maestria di penna per far sì che sia il corpo ad esprimersi, a comunicare: «Vi concedo le mie natiche impudiche / le cosce scarne / le posture maschili […]» scrive l’autrice nella seconda poesia dell’opera, la quale dona il titolo alla prima silloge. Perché, se è vero che per produrre opere poetiche serve una maestria della mente e dell’arte del narrare che non è facile padroneggiare, è vero che, per tornare al discorso di Vico, la mente (intesa come agente razionale) è un derivato del corpo, quest’ultimo conditio sine qua non la mente stessa non avrebbe ragione d’essere. Quasi in uno strascico dualistico di matrice cartesiana, da sempre siamo stati abituati ad “ignorare” il corpo. Eppure esso è il mezzo attraverso il quale agiamo nel mondo. Il merito di Savina Dolores Massa, in quest’opera, è quello di risaltare l’aspetto carnale, viscerale di quello che siamo: un corpo che si muove. Non si tratta di un’apologia dell’edonismo, ma quasi un avvertimento: noi non possediamo il nostro corpo, bensì noi siamo il nostro corpo. L’oggetto che appare a noi così distante diventa qui soggetto dell’opera, e messo all’opera, laddove masse muscolari, movimenti pesanti e fluidi si spostano, si comprimono, si mescolano: «[…] senza ansie d’amore / vendo i succhi del mio corpo […]» e ancora, in altri passi: «[…] frugare con le unghie il proprio sangue / per berlo dai polsi un poco aperti / immaginarsi in foto sulla lapide […]».
Il corpo soggetto, comunicato per mano dell’autrice, spesso non è comunicante con altri corpi. Semmai vaga attraverso parole, unico legame che possa dimostrare, in fondo, un tema che, pur non palesandosi in maniera netta, senz’altro emerge dolcemente, ma implacabilmente: il corpo è un ammasso di solitudini. La narrazione poetica spesso racconta, infatti, di corpi soli, di momenti in cui la voce è l’unica compagnia al corpo, il quale concepisce così una sorta di autocoscienza, rendendosi conto della propria (misera? Inutile?) esistenza e, di conseguenza, la già accennata ombra della solitudine, nonché una quasi (s)costante rassegnazione alla morte. L’autrice non si nasconde, ma al contrario si mostra, attraverso parole che sono il suo corpo stesso, senza esitazione o ipocrisia: «[…] mi umilio in libidini immacolate […] mostro il sesso / ai ciechi che hanno paura di toccarlo […]».

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Savina Dolores Massa e la sua ultima opera. L’immagine è stata presa da qui.

La poesia qui si mostra anche, in un certo senso, sotto un aspetto politico: l’essere donna all’interno di quest’opera è anche un atteggiamento, non solo (e non necessariamente) un essere madre, quindi un essere legato ad aspetti fisiologici. L’autrice sacrifica, esprime e concede al lettore la propria linfa biografica, affinché se ne possa attingere per costringere gli occhi del lettore/spettarore a leggere forme espressive dell’essere che non si richiamino a luoghi comuni della costruzione di genere, ma che diano una visione più ampia dell’essere donna, del suo significato attraverso un corpo che non necessariamente, per trovare una qualche sorta di completezza, deve essere un corpo materno, uterino, ospitale, confortante. Il corpo si mescola quindi all’astrazione della parola, di cui ne è principio e, in un certo senso, fine. Tutto comincia e tutto finisce con l’essere qualcosa, materia organica destinata «[…] a morire in cancrena imporporata […]», delle volte già psicologicamente rassegnata al suo stato, in quanto semplicemente trattasi di «[[…] carne composta vestita da sera […]», quasi che la vita possa essere relegata ad uno stato di assenza della morte, laddove è quest’ultimo il termine positivo dell’esistenza e, l’essere coscienti, il coestendersi della coscienza intrinseca alla materia, fosse nient’altro che un doloroso esserci, una fugace perdita di tempo, quasi un inganno.
L’ampiezza di questa visione strettamente legata al senso di solitudine, alla morte e alla crisi della presenza di de martiniana memoria, si avverte in particolare nella seconda parte dell’opera, laddove una coralità (comunque presente, in minor misura, nella prima parte) di voci raccontano le proprie vite, o meglio sono raccontate, in quello che potrebbe essere un ritratto antropologico di una serie di testimonianze, laddove l’osservatore che descrive è, per riprendere il linguaggio etnografico, un semplice osservatore partecipante. Si tratta di vite piccole, misere, poco utili, si potrebbe dire, con non poco cinismo. Vite la cui storia si dimentica presto, perché forse non eroiche, non plateali o esaltanti, ma capaci di vivere
nonostante la loro condizione misera, periferica, nascosta a chiunque, forse anche a se stessi. Il grande merito dell’autrice, nella seconda parte dell’opera in questione, è proprio la sua capacità di dare voce (e vita) agli ultimi, i quali rimarranno ultimi, la cui salvezza oltre la morte non è presa nemmeno in considerazione. Ma ecco che, si scopre, anche la felicità può incarnarsi attraverso questi personaggi quasi grotteschi, in un certo senso archetipici, per certi versi familiari e riconoscibili in un lontano parente, in una vita ai limiti della civilizzata urbanità di cui ci si fregia proprio in relazione in un rapporto di alterità, rispetto a questi personaggi, «[…] chi in piedi chi seduto per terra o su una sedia […]»; altri si trovano in una camera, dove «[…] nel letto coniugale lui ascoltava lei pregare, con cosce sigillate fino a friggere […]».
Ecco dunque che, proprio come quella facoltà della mente tanto cara a Vico, la
Memoria, questa si fa strada e concede spazio narrativo a chi certamente ha vissuto ma, in un certo senso, non è mai stato. Quasi che tutti si trovassero in un limbo, il cui nome si riconosce nel ricorrente appellativo, punto di riferimento iniziale di ogni poesia, detto l’origine del ricordo. Quest’ultimo, un non-luogo, crogiolo di piccoli racconti, diviene in immagine come una piazza dalla quale si dirama una lunga via, appartenente ad un quartiere forse, o magari ad un minuscolo paesino composto da un grappolo di anime. Ai lati di questa strada si trovano delle porte, e quindi ricordi, fiori, sorrisi nascosti, storie che, finalmente, trovano memoria attraverso la voce di chi si prende, coraggiosamente, la responsabilità di raccontarle.

L’autrice: Savina Dolores Massa nasce a Oristano. Scrittrice di narrativa, poesia, testi teatrali. È tra i fondatori della compagnia di spettacolo Hanife Hana teatro jazz. Cura il blog d’arte Ana la balena. Con il Maestrale ha pubblicato i romanzi: Undici (2008, finalista Premio Calvino 2007), Mia figlia follia (2010), Cenere calda a mezzanotte (2013), Il carro di tespi (2016); la raccolta di racconti Ogni madre (2012); la doppia silloge poetica Per assassinarvi – Piacere, siamo spettri (2017).

Il Link per acquistare il libro lo trovate qui.

Stefano Aranginu

(Riproduzione riservata)

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